Fausto Pellegrini è un giornalista di Rainews24. Con Fausto – per dire – siano diventati amici correndo insieme sotto i lacrimogeni per le strade di Genova, nel 2001. Ora ha scritto un libro (“La bisaccia del giornalista. L’informazione necessaria per il XXI secolo”, Dissensi, 142 pagine, 12,50 euro) che a quella vicenda per tanti versi “fondativa” dedica un capitolo. Per dire che se non ci avessero pensato i manifestanti, i passanti e gli abitanti di Genova, con le loro macchine fotografiche, telefonini e videocamere, a testimoniare quel che stava accadendo, certo non lo avremmo saputo dai “grandi media”. E rivendica giustamente, Fausto, il ruolo che Rainews ebbe nello stabilire il contatto tra il “citizen journalism” e quello di chi, come lui, quel mestiere lo faceva per professione. Il contesto in cui cadeva la Genova di allora, e in cui siamo sempre più immersi, è quello che Ignacio Ramonet, oggi direttore dell’edizione spagnola di Le Monde diplomatique, definisce in questo modo: “Dai media di massa alla massa dei media”. Continua a leggere
I tecnici fossili
Mentre tutti i politici discutono di frequenze televisive e di oro verde-lega, a illustrare cosa voglia dire “governo tecnico” è una questione ignorata dai media. Proprio oggi a Roma si terrà una manifestazione contro i decreti – firmati dal ministro dello sviluppo Passera e da quello dell’ambiente Clini – che “riformano” gli incentivi per le fonti energetiche pulite. Il giudizio di Legambiente è il seguente: i decreti “sono una brutta sorpresa che rischia di avere un impatto devastante sul settore, con un brusco stop agli investimenti nel territorio italiano. (…) Purtroppo, si è scelto di abbandonare un modello ispirato alla Germania, semplice e con incentivi certi nel tempo, per passare a una infinita burocrazia”. Continua a leggere
Giornalisti in Val Susa
Si chiama “Il Grande Cortile”, nome evidentemente polemico verso chi rimprovera ai No Tav valsusini di badare solo al loro cortile, si tiene ogni anno ed è un modo di elaborare, imparare, discutere, ripensare a quel che il movimento fa, come lo fa, perché e con chi. E contro chi. Non è un caso quindi che l’ultimo incontro della serie di quest’anno fosse dedicato all’informazione “bene comune” (con il punto interrogativo). O all’”informazione male comune”, come ha gridato a un certo punto dalla sala qualcuno. Tra il luglio scorso, occupazione del non-cantiere della Maddalena, e gli ultimi eventi, l’allargamento manu militari dell’area in cui si finge siano partiti i lavori, i rapporti tra i No Tav e i giornalisti sono andati molto peggiorando. Al punto che fare i cronisti, nei momenti di più acuta tensione, era diventato complicato: il meno che ti potevi aspettare era un po’ di insulti, a un operatore che lavorava per il Tg3 è stata danneggiata la talecamera, un’auto con a bordo una troupe di Corriere tv è stata circondata, le gomme sgonfiate. fatti che non erano mai accaduti, in vent’anni di No Tav.
Allora, il Grande Cortile ha invitato una serie di giornalisti a esporre le loro ragioni o riflessioni di fronte a un pubblico come sempre numeroso, che includeva – per dire – quell’Alberto Perino che un certo giorno conquistò il titolo più grande su tutti i siti dei grandi giornali perché aveva “insultato i giornalisti”. Tra gli invitati, il sottoscritto, che per l’occasione, in quanto membro della famiglia allargata del manifesto, parlava anche a nome di quel giornale, oltre che di un settimanale ormai passato a miglior vita, Carta, che ai No Tav ha dedicato libri, film, numeri speciali, insomma tutto quel che poteva.
Due miliardi o otto e mezzo?
Dice: ci sono i fissati con (anzi contro) le grandi opere, mentre i “tecnici” smontano l’articolo 18 e manomettono gli ammortizzatori sociali, che sono gli “scalpi”, come sospetta sulla Repubblica di ieri perfino Massimo Giannini, da offrire ai “mercati”. Sarà così, una fissazione, anche se valsusini di ogni valle d’Italia sostengono a gran voce che su questi due binari corre lo stesso treno. Basta avere un poco di attenzione e, ad esempio leggendo il Sole 24 Ore di ieri, se ne ha una conferma indiretta. Tempo fa, ci si chiese come trovare i soldi per il nuovo sistema di ammortizzatori sociali che la ministra Fornero voleva proporre. Problema non facile, date le ristrettezze. Alla fine, si seppe che quei soldi, “due miliardi circa”, si troveranno “attingendo ai risparmi che si otterranno dalla riforma delle pensioni”. Tralasciamo il fatto che ora i nuovi sussidi ai disoccupati e la cassa integrazione dovrebbero, almeno così ho capito, essere in realtà pagati dai lavoratori e dalle imprese. Restiamo alla cifra: due miliardi circa.
Una “paccata” di miliardi
La signora Fornero, ministra “tecnica”, si è adeguata. Al linguaggio dei politici da avanspettacolo. Ha dichiarato, e tutti i media hanno riferito, che non regalerà “una paccata di miliardi” se i sindacati non diranno sì alla sua “riforma del lavoro”. Come se i miliardi fossero suoi. “Una paccata”, poi, espressione vernacolare che la signora Fornero non si sognerebbe di adoperare durante una lezione o in un salotto torinese. Curioso come la sobrietà dei ministri di Monti svanisca tanto facilmente. Quel tale sottosegretario che dà degli “sfigati” a quelli che si laureano in ritardo, ad esempio. Sarà che il gioco si fa duro. Anche un bambino capisce che la “riforma del lavoro” è, allo stato delle cose, una sottrazione: di protezione dai licenziamenti, garanzie contrattuali, sostegno ai lavoratori che la crisi – cioè il crollo dei consumi, cioè il collasso industriale, cioè l’emorragia di profitti, cioè la scomparsa del credito – avvia all’uscita. Per questo la Banca centrale europea ha messo lì la signora Fornero, e solo uno come Forrest Bersani può aggrapparsi al mito della “modernizzazione”.
Caso mai, si trattarebbe – per i sindacati – di chiedersi come e cosa altro e per quali altri scopi l’industria dovrebbe essere indotta a produrre. Magari si riuscirebbe a ri-creare posti di lavoro, magari utili alla società. Insistere sul modello trapassato è una via senza uscita, ci si ritrova a mendicare un po’ meno tagli alla cassa integrazione.
C’è un militare in mezzo al mar
Forse dipende dalla mia distrazione, ma che l’Oceano Indiano, tra l’India e il Madagascar, diciamo, fosse infestato di pirati mi era del tutto ignoto. Ce ne siamo resi conto a causa della vicenda dei due “marò”, i fucilieri di marina del Battaglione San Marco, arrestati in India perché avrebbero sparato a due pescatori, scambiati per pirati appunto, uccidendoli. Ma quando l’ennesima nave della Costa, la Allegra, è andata in panne, è stato anche detto – da giornali e tg – che insieme alle migliaia di crocieristi in vacanza, c’era “una squadra” di fucilieri di marina. Non ho idea di quanti uomini comprenda una squadra, presumo meno di dieci, ma è comunque notevole che militari armati si trovassero in pieno oceano a vigilare, armi alla mano, sulla gita di massa.
Questi fatti propongono una serie di domande, A cominciare dai due imprigionati nel sud dell’India. Abbiamo letto di tutto: che c’è un clima anti-italiano; che l’arresto è illegale perché i fatti contestati sarebbero avvenuti in acque internazionali; che a uccidere i due pescatori non sono stati i nostri ma coloro che erano a bordo di un mercantile spagnolo; che due soldati in divisa non possono essere incarcerati come chiunque altro. Pare che nei prossimi giorni una perizia balistica chiarirà se a colpire i due pescatori siano state le armi in dotazione ai “marò”, ed effettivamente, se la sparatoria è avvenuta in acque internazionali, pare che la competenza spetti alla magistratura del nostro paese. Ma se i due hanno sparato la situazione è tale, in quelle acque, da rendere molto nervoso il dito poggiato sul grilletto. Infatti non due ma “una squadra” di “marines” si trovava sulla nave da crociera. Però: quanti uomini del Battaglione San Marco sono impiegati per questo servizio? Ed è un servizio che le forze armate, cioè lo Stato, forniscono gratis agli armatori o c’è una qualche forma di compenso? E soprattutto – e ancora – quanto è vasto il fenomeno della “pirateria”, di cui fino a qualche anno fa non vi era traccia sui media? Continua a leggere
Stringere la mano a chi?
La signora Anna Finocchiaro, senatrice del Pd, è ovviamente libera di stringere la mano che preferisce. Così come il comandante dell’Arma dei carabinieri può elargire encomi solenni a chi gli pare. Per conto mio, penso che la mano da stringere è quella del giovane manifestante No Tav che ha parlato a un carabiniere, ripreso da una telecamera. E’ a lui che bisognerebbe conferire un encomio solenne: di cittadinanza. Scegliere una mano o l’altra è uno spartiacque.
Lo “pseudomanifestante”, come dice Finocchiaro (vecchio vizio comunista, o post, quello di decidere dall’esterno chi è manifestante e chi no), non ha “insultato” il carabiniere: gli ha fatto piuttosto (guardate il video, se non ci credete) una piccola lezione di educazione civica, con un tono tranquillo e con linguaggio ironico e familiare (si chiama così l’italiano non formale che tutti noi solitamente parliamo, infarcito di metafore e “parolacce”, quelle di cui si è fatto largo uso, ad esempio, sul palco di Sanremo di fronte a quindici milioni di persone). Continua a leggere
Il video della polizia: due dubbi
La Polizia di Stato ha diffuso martedì sera, e tutte le televisioni e i siti d’informazione hanno mostrato, un video della durata di un minuto e 23 secondi che mostra Luca Abbà mentre si arrampica sul traliccio e, negli ultimi secondi, il No Tav già a terra, dopo la folgorazione da energia elettrica e la caduta. Quel video contiene due omissioni, cioè non chiarisce quel che è davvero successo e come Luca sia caduto da una quindicina di metri.
Bene, la prima domanda è: perché il video non ha l’audio? Sappiamo dalla stessa voce di Luca, che parlava a Radio Black Out di Torino, che da sotto si stava arrampicando sul traliccio un “rocciatore” della polizia, a cui lui grida a un certo punto: sono pronto ad appendermi ai fili, se non la smettete. Ma cosa dicessero a lui i poliziotti, sia quello che si stava arrampicando che quelli a terra attorno al traliccio, non si sa: la polizia ha diffuso un video senza audio. Continua a leggere
Olimpiadi no, Tav invece sì
In conclusione del suo commento al no del governo alle Olimpiadi di Roma, Paolo Berdini, sul manifesto, ricorda opportunamente che – se tanto mi dà tanto – lo stesso criterio di prudenza finanziaria dovrebbe essere applicato a grandi opere come il Mose di Venezia o la Tav in Val di Susa (e a Firenze, ecc.). Eppure, due settimane fa il viceministro alle infrastrutture Ciaccia, già a capo della società di Banca Intesa che trafficava sulle infrastrutture, vice di Corrado Passera allora e oggi, ha firmato con il ministro dei trasporti francese, Thiérry Mariani, un accordo che darebbe definitivamente il via alla costruzione della Torino-Lione. Questo accordo, datato 30 gennaio, era rimasto più o meno segreto. Come scrive il Movimento No Tav in un suo comunicato, ogni tentativo di vederlo (e i valsusini sono assai tenaci), era stato frustrato dal ministero: “Non sappiamo dove sia stato archiviato”, era stata la risposta. Ma il diavolo fa le pentole e dimentica i coperchi, per cui i No Tav sono venuti in possesso del documento.
Il tempo della neve
Guardo fuori della finestra – sono a Roma – in attesa della neve, che a tratti appare, poi si mischia a pioggia, scompare. Tutti i telegiornali, oggi venerdì 10 febbraio, compilano lunghissimi bollettini d’allerta: qui bufere di neve, là pericolo di tempeste ghiacciate, altrove migliaia di volonatri si preparano a spargere tonnellate di sale, ecc. Certo, il disastro della scorsa settimana ha lasciato un livido sulla pelle della politica, e tutti vogliono evitare nuovi alemanni che, per gettare fumo sulla loro inefficienza, polemizzano con chiunque, mentendo come politici. Ma l’inviato di nons o più quale telegiornale ha – di sfuggita – fatto la domanda giusta: perché un tempo la neve era un fenomeno naturale, cui si sopravviveva piuttosto bene, e ora è diventata una calamità? Continua a leggere









